by Luigi Speranzafor "Gli Operai"jlsperanza@aol.com
In quegl'anni, in cui val poco
la mal pratica ragion
ebbi anch'io lo stesso foco
fui quel pazzo ch'or non son.
Che col tempo e coi perigli
donna flemma capitò
e i capricci, ed i puntigli
della testa mi cavò.
Presso un piccolo abituro
seco lei mi trasse un giorno
e togliendo giù dal muro
del pacifico soggiorno
una pella di somaro
prendi disse, oh figlio caro
poi disparve, e mi lasciò.
Mentre ancor tacito
guardo quel dono
il ciel s'annuvola
rimbomba il tuono
mista alla grandine
scroscia la piova
ecco le membra
coprir mi giova
col manto d'asino
che mi donò.
Finisce il turbine
nè fo due passi
che fiera orribile
dianzi a me fassi
già già mi tocca
l'ingorda bocca
già di difendermi
speme non ho.
Ma il finto ignobile
del mio vestito
tolse alla belva
sì l'appetito
che disprezzandomi
si rinselvò.
Così conoscere
mi fè la sorte
ch'onte, pericoli
vergogna, e morte
col cuoio d'asino
fuggir si può.
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